L’amore che diventa credibile: affidarsi per fidarsi
Continua il nostro percorso per rileggere il pensiero e l’esperienza educativa del Beato Luigi Maria Monti, mettendoli in dialogo con le sfide che si presentano quotidianamente agli educatori.
Oggi parleremo di fiducia, di presenza, di cura e, soprattutto, di quell’amore che, per essere davvero educativo, deve diventare credibile.
Come può un ragazzo affidarsi a un adulto per imparare a fidarsi?
È una domanda profondamente attuale, soprattutto quando incontriamo bambini e adolescenti che hanno conosciuto promesse non mantenute, adulti assenti, legami interrotti o relazioni che hanno lasciato ferite. Ma è, in fondo, una domanda che riguarda ogni relazione educativa. Nella pedagogia di Padre Monti troviamo una risposta semplice e potentissima: la fiducia non si può pretendere all’improvviso. Si costruisce attraverso l’esperienza.
Un ragazzo non si fida semplicemente perché un adulto gli dice “Puoi fidarti di me”. Impara a farlo quando sperimenta, giorno dopo giorno, che quell’adulto c’è, mantiene quanto promette, si prende cura, pone limiti senza abbandonare, crede nelle sue possibilità e rimane anche nelle difficoltà.
È così che l’amore diventa credibile.
Padre Monti educava attraverso una presenza concreta. Prendersi cura significava nutrire, curare, istruire, insegnare un mestiere, responsabilizzare e preparare alla vita. Una visione che dialoga profondamente con la pedagogia contemporanea: non c’è vera educazione senza relazione, ma non c’è vera relazione educativa senza un cammino verso l’autonomia. Amare, infatti, non significa fare tutto al posto dell’altro. Significa poter dire: “Io ci sono. Credo in ciò che puoi diventare. Ti accompagno, ma non mi sostituisco a te.”
Per questo anche il limite, la responsabilità, l’attesa e persino la frustrazione possono diventare gesti di cura. Educare non significa proteggere un ragazzo da ogni difficoltà, ma aiutarlo ad acquisire gli strumenti per attraversarla.
Forse è proprio questo il significato più profondo di “affidarsi per fidarsi”.
Prima il ragazzo sperimenta una presenza. Poi scopre che quella presenza è coerente. Poi comprende che quell’adulto mantiene quanto promette. E, lentamente, si affida. Solo allora può nascere una fiducia autentica. Una riflessione che interpella tutti noi — educatori, insegnanti, genitori e chiunque si prenda cura di un minore — perché ci ricorda che i ragazzi imparano molto meno da ciò che diciamo di essere e molto di più da ciò che sperimentano di noi ogni giorno.
Con gli occhi di Padre Monti, allora, educare significa forse proprio questo: prestare a un ragazzo la nostra fiducia finché non sarà capace di farla propria. Perché prima si affida, poi impara a fidarsi. E, attraverso qualcuno che ha creduto in lui, può finalmente imparare a credere anche in se stesso.








